Cortina, 1958: "Brigitte Bardot? Una ragazza da fiaba".
"Brigitte Bardot? Una ragazza da fiaba". Così esordisce il fotoreporter Giancolombo in una intervista di un vecchio giornale in cui racconta il servizio esclusivo sull'attrice che realizzò a Cortina per Paris Match nel 1958. "Quando devo definire qualcosa di eccezionale e bello penso sempre alle fiabe dei bambini, alle fate che appaiono improvvisamente nei boschi. Brigitte Bardot era così!" Una fata che gli apparve improvvisamente sul gran vialone dell’albergo Miramonti a Cortina.
Con Brigitte Bardot aveva un feeling e un’intimità tutta speciale. Perché Giancolombo sapeva quale classe distingueva un semplice paparazzo da un grande fotoreporter. Lui regalava fiori mentre gli altri si accalcavano vocianti e sgomitando per rubare immagini. La prima volta che incontrò B.B. fu a Cannes. Era stato Vadim a presentargliela, allora inviato di Paris Match, giornale di cui Giancolombo era corrispondente dall'Italia. La carriera di lei era ancora tutta all'inizio e per nulla sicura. "Come si dice, era una splendida starlet che cercava di farsi notare". Del loro primo incontro 4 anni prima Giancolombo tiene ancora delle immagini: B.B. ha in mano una Leica - che lui gli aveva prestato - con cui si diverte sulla spiaggia a giocare alla fotoreporter.
"Va a Cortina- gli dissero quelli di Paris-Match quel giorno - lei arriverà per riposarsi. E ti cercherà". Avrebbe viaggiato con Paul Chaland, redattore del giornale, la sua controfigura e la sorella. Giancolombo partì subito per l'Hotel Miramonti, dove avrebbe soggiornato tutta la compagnia. Il giornale racconta che quando la incontrò rimase senza fiato. B.B. era vestita in nero. Esile e bellissima. "Si capisce subito perché un’attrice ha successo, e la sua controfigura per esempio pur assomigliandole non ne avrà mai" fu il pensiero di Giancolombo. E’ una questione di sfumature, di sguardi, di eleganza. "Insomma tutta un’altra cosa". Fosse stato il primo servizio che faceva su di lei era logico che rimanesse colpito. "Macché! L’avevo fotografata quattro anni prima a Cannes, l’avevo ritratta a Parigi, eravamo in un certo senso amici, fin dai tempi di Vadim. Eppure quella sera mi girava in corpo una strana sensazione". Quando lei gli fu davanti e gli strinse la mano era triste, aveva gli occhi vaghi e lontani, un po’ rossi. "Occhi che potevano avere pianto" ricorda il fotografo.
E non era improbabile. Era venuta a Cortina in uno dei suoi momenti più difficili. Cosa fosse successo del suo ultimo idillio con Gilbert Bécaud, cantante famoso dell'epoca, non si sapeva di preciso, ma di certo bene non era finito. Si diceva perfino che a Parigi avesse tentato di inghiottire qualche pastiglia di sonnifero. "Per fortuna, tentato o no il suicidio, ora era viva davanti a me", in mezzo agli ospiti del grande salone un po’ antico del Miramonti. La gente intorno parlava fitto. Ma era come non ci fosse. Brigitte gli diede la mano e non parlò. Lui non le disse subito che era lì per lavoro, proprio per fotografare lei. Non aveva voglia di entrare subito nel suo ruolo. "Fu per questo forse, che si creò tra noi un’atmosfera diversa dal solito che durò per tutto il suo soggiorno".
Era un incanto nel suo vestito da sera. Presto, si formò un capannello di gente tutt'intorno: gli altri ospiti ci avevano messo poco a capire chi fosse. E di sicuro non erano i fan quelli che mancavano a B.B., che fossero donne o uomini. Lui capì che voleva liberarsi di quella gente, e che gli chiedeva di fare qualcosa. La prese per un braccio e l'accompagnò fuori. "Salimmo in macchina e andammo a ballare al Cristallo. Danzammo insieme in mezzo alla più aristocratica gente di Parigi, Milano e Roma. Ma lei voleva ballare solo con me. Non si fidava degli altri in quel momento". L’indomani mattina fu lei a svegliarlo con una telefonata. Giancolombo aveva già fissato il programma. Era riuscito ad ottenere in esclusiva tutto il palazzo del ghiaccio, un'esclusiva assoluta. Giura che si sentiva fuori dal suo mestiere mentre le scattava foto su foto. Gli pareva che stesse facendo tutto per arricchire un suo album personale di ricordi. "I cinque giorni passarono in quest’atmosfera di curiosa intimità".
Così racconta il giornale. E se si domanda ancora oggi a Giancolombo come andarono esattamente le cose, lui ti risponde che la cronologia degli eventi non era proprio rispettata. E che un po' di romanzo sul loro incontro a Cortina e sulla successiva permanenza il giornalista l'aveva fatto. Allora le tinte forti andavano di moda. Ma era vero dell'affettuosa amicizia e della stima reciproca che provavano l'una per l'altro, al di là del piano professionale. Come era vero che B.B. era una donna bellissima, con un fascino tutto speciale che era difficile ignorare.
"Dopo il servizio allo stadio, Bredo, il proprietario del più famoso negozio di Cortina di abbigliamento ci invitò da lui. E B.B. si divertì a provare gran parte del campionario del negozio" ricorda adesso Giancolombo. E' un'altra esclusiva. Poi tutti insieme nelle cucine dell'Hotel Ancora, nello stesso edificio, così il costante assedio dei fotografi poteva essere evitato. Altro giro, altra esclusiva. Non poteva andare sempre così bene. "Spesso trovavamo l’auto con le gomme sgonfiate - infatti - perché i miei colleghi erano veramente infastiditi dal fatto di non poter mai scattarle neanche una foto. E perciò si vendicavano così con noi e con me". C'era da capirli.
Il giorno dopo B.B. volle andare su al passo del Falzarego. Quella era una brutta mattina. Era nervosa, cominciava a sentirsi addosso tutta quell'attenzione in un momento così difficile. Ci voleva un'idea, uno stratagemma, uno di quelli buoni. "Facemmo partire una macchina con la sua controfigura perfettamente camuffata. Ci cascarono tutti. Noi la nascondemmo in un'altra auto e ce ne andammo per i fatti nostri su al passo". A B.B. Giancolombo chiedeva sempre il permesso prima di fotografarla. Questi erano i patti. E lei poteva dire di si o di no. Al Falzarego era tesa come una corda di violino e non aveva voglia di farsi riprendere, nemmeno da lui. "Perciò di foto se ne fecero poche". Ma così andava fatto, perché se lei non voleva, Giancolombo non la fotografava. Era anche per questo che andavano d'accordo.
"Poi venne l'ultimo giorno, bisognava ripartire. Lei alla volta della Francia, di Parigi, e io per Milano. I rullini andavano sviluppati ed inviati in fretta oltralpe". Si lasciarono con quel tenero e cameratesco abbraccio che a volte lei distribuiva con disinvoltura agli amici. Il vecchio giornale racconta che rimasero fermi un istante prima di separarsi. Poi lei gli disse: "au revoir cherie". La favola era finita.
Brigitte Bardot la fotografò Giancolombo, e a nessuno dell’agenzia fotostampa di cui era proprietario avrebbe mai permesso di riprenderla al suo posto a meno di insormontabili impedimenti. Sophia Loren, Raf Vallone, Alberto Sordi, Claudia Cardinale, Clark Gable, Sylva Koscina e tutti i divi del periodo della Dolce Vita, a Cortina o altrove, potevano essere anche ripresi dagli altri fotografi della sua scuderia. Ma lei era una tutta un'altra storia. E di altri bravi fotografi tra le fila di Giancolombo - oltre a lui, al maestro - ce n’erano parecchi, perché la sua era una delle agenzie più importanti d’Italia. Fotografi tanto bravi da fare, allora e successivamente, la storia del fotogiornalismo nella penisola. E da rendere l’agenzia di Giancolombo nel periodo tra i primi anni ’50 e la fine degli anni ’60 un punto di riferimento per tutta l’editoria del nostro paese e per molta di quella straniera.
L'aveva fondata col nome di "Giancolombo News Photos" nel 1949. Dopo i primi successi la rivista francese Paris Match gli aveva chiesto le corrispondenze per il Nord Italia. Nel contempo le maggiori agenzie estere avevano cominciato ad inviargli servizi da ogni paese, portando la Giancolombo in breve al massimo del suo sviluppo. Non si contano i giornali che ebbe per clienti: Europeo, Tempo, Panorama, Settimo Giorno, Oggi, Gente, Grazia, Epoca, Visto, Le Ore di Salvato Capelli. E all’estero a Paris Match se ne aggiunsero presto molti altri tra i più importanti dell’epoca: Life, Picture Post, Schweizer Illustriert, Stern, Jours de France, Daily Express.
L'inizio della carriera
Tutto era cominciato 10 anni prima. Dopo il liceo classico a Venezia Giancolombo era destinato all'università - ingegneria: "ci mancherebbe altro". Erano tutti una famiglia di ingegneri: nonno, padre, e ora lui il nipote. Questione di tradizione. Era il tempo del fascismo, gli anni in cui il mondo andava incontro alla 2° guerra mondiale. Aveva appena cominciato a frequentare quando gli dissero: "Giancolombo! Classe 1921, tu sei volontario universitario e vai a Treviso". "Chi? io?". Non ci fu niente da fare: abile e arruolato. 3 mesi dopo era prima in Albania sergente d'artiglieria di montagna, e poi in Francia sulla costa, sottotenente sempre d'artiglieria negli alpini. Davanti aveva ancora l'8 settembre, un anno di campo di concentramento in Polonia prigioniero dei tedeschi, e un dito portato via dall'esplosione di un proiettile mentre era ufficiale armaiolo di stanza a Rapallo. Congedato perché disabile, tornò a Venezia a riprendere da dove aveva smesso: la facoltà di ingegneria. Il padre naturalmente lo voleva laureato. Ma non è che a Giancolombo riuscì bene di applicarsi allo studio. L'esperienza della guerra si fece sentire.
"A Milano mio cugino Luciano Emmer mi diede una mano". Dopo avergli offerto una breve esperienza nella produzione di film: "mi presentò al direttore di un settimanale comunista stampato presso il Corriere della Sera. Mi misero in mano una Leica e mi spedirono a fare interviste agli operai negli stabilimenti". Ritrovò uno dei suoi cugini, Claudio Emmer, in via Bagutta dove aveva uno studio. Claudio gli cedette una stanza in cambio di assistenza per i servizi fotografici che stava realizzando al Teatro alla Scala. "Cominciai così l'attività di fotografo per conto mio. Poi mi capitò di andare a Venezia. C'era un circo allestito in P.zza San Marco. Mi affascinò l'idea". Il risultato fu una foto con in primo piano dei cavalli durante un numero con lo sfondo della basilica.
Giancolombo preferisce la destra alla sinistra: è per questo che pensò di offrire quelle foto di Venezia al Corriere Lombardo. Gliele pubblicarono e gli fecero pure i complimenti: fu la prima volta da libero professionista. "Poi, incontrai il direttore del giornale ad una cena in via Bagutta. Allora era ritrovo di giornalisti, artisti ed dell'intellighenzia modaiola di Milano. Il fotografo Patellani - quello che diventerà famoso - se n'era andato, e lui aveva di che lamentarsi - a suo dire - per essere stato lasciato così su due piedi". Giancolombo gli offrì i suoi servigi. Il giorno dopo gli diedero due leica in prestito e 20.000 lire al mese. Lui fece il resto: si procurò un impermeabile e un cappello a tese larghe, come allora andava di moda. E poi mise le mani su una moto dei paracadutisti americani - un bidé come veniva chiamata, perché di piccolissime dimensioni per poter essere trasportata e paracadutata più facilmente. "E così combinato me ne andavo a caccia di fotografie".
Nel 1948 i comizi politici non si contavano: c'erano le prime elezioni libere italiane dai tempi del fascismo. C'era De Gasperi quel giorno in piazza duomo ad arringare le folle. "E pioveva che Dio la mandava. Ebbi l'idea di arrampicarmi alle spalle del palco e di fotografare quella distesa di ombrelli tenuti su da chi lo stava ascoltando. Facevano impressione". Aveva avuto il colpo di genio: la foto finì in prima pagina e la United Press gli comprò il negativo per 10.000 lire, spedendola ai giornali di tutto il mondo. Partì così la collaborazione con una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo: lui gli faceva le fotografie in Lombardia e a Milano e loro le distribuivano in America. Di soldi però non ne giravano molti. A dormire se ne andava in un sottoscala di Via della Spiga, quando ancora era una roba da squattrinati. E lì, solo con del legno trovato in giro, era riuscito a costruirsi una camera oscura.
"Una mattina me ne stavo andando all'Innocenti a convincere l'ufficio stampa a consegnarmi una lambretta. Passai davanti al Dazio, che era tutto un trambusto: il doganiere capo era impazzito e sparava a chiunque si avvicinasse. E io che feci? Mi avvicinai". Per forza. Riuscì a fotografarlo con la pistola in mano da una finestra del cortile. La carriera cresceva: il giorno dopo 6 foto di spalla con tanto di elogi in prima pagina sul Corriere Lombardo. E naturalmente un soprannome, uno dei tanti che avrà. "Lambretta! - urlavano alle mie finestre da quel giorno gli incaricati del Corriere Lombardo quando passavano per chiamarmi". Allora erano in pochi a permettersi un telefono.
Il caso Rina Fort
Uno dei primi servizi che incisero di più sulla sua professione fu il caso Caterina Fort, una friulana conosciuta come Rina. "La signora aveva una relazione con un uomo, un catanese di nome Pippo Ricciardi. Peccato che il Ricciardi fosse sposato e che lei non lo sapesse". Neanche dei bambini sapeva nulla. Erano tre e tutti piccoli, più uno in arrivo e quasi giunto a destinazione. Quando lei lo scoprì impazzi letteralmente, trasformandosi in una belva assetata di morte - così raccontarono i giornali. Si recò a casa dell'amante assente e uccise la moglie e i tre bambini a colpi di bastone. A scoprirli fu Pina Somaschini, commessa del Ricciardi che in quei giorni si trovava appunto fuori Milano. Giancolombo era all'inizio della carriera e la cronaca nera, bianca o rosa che fosse era il suo pane quotidiano.
"L'imperativo del momento era arrivare sul luogo del delitto prima degli altri. E naturalmente eludere ogni divieto che limitasse la possibilità di fare foto. Giocoforza che il nostro fosse spesso un mestiere rocambolesco, in cui si sviluppava il gusto della sfida, e che si creassero leggende e miti che agli stessi fotografi piaceva alimentare". Lui nascose la macchina fotografica in tasca. E si presentò sul luogo del delitto come fosse lì un pò per caso. Gli riuscì bene: lo fecero entrare. Una volta dentro era talmente sconosciuto e male in arnese che quelli della polizia lo scambiarono per uno di loro, qualcuno mandato dalla scientifica a fare le foto del delitto. Tanto che tutti si fecero in quattro per assecondare quel giovanotto che sembrava così inesperto. "Le fotografie del massacro furono pubblicate in prima pagina dal Corriere Lombardo del 1° dicembre 1946. La polizia scientifica non apprezzò la beffa, e ci mise un attimo a sequestrare i negativi". Ma ormai era fatta e Giancolombo aveva ottenuto una delle sue prime e più famose copertine.
Il colpo Bellentani
Il colpo della Bellentani andò invece così: "La mattina del 16 settembre 1948, mentre ero ancora nelle braccia di morfeo una telefonata mi raggiunse a casa svegliandomi di soprassalto". "Gian corri subito stanno sfasciando l'agenzia" gli urlarono nella cornetta. "Che stava succedendo? Erano i redattori e i capiredattori dei giornali che si stampano a Milano, letteralmente impazziti". E' che a Giancolombo era capitato il colpaccio che succede una volta nella vita: il caso Bellentani. E gli era capitato senza neanche volerlo. Così per caso, perché il destino l'aveva voluto.
Nel laboratorio era in corso una furibonda lotta all'ultimo fotogramma. "Oggetto del contendere erano dei negativi. Uno in particolare schizzava di mano in mano". Era quello che valeva una fortuna. L'asta fu aperta a colpi di centomila. "Calma, che diavolo!". Ci voleva della calma. "Quando ebbi zittito quei signori, finalmente mi fu consegnata la negativa. Peccato che era andata distrutta: impronte, graffi e sgualciture" racconta Giancolombo. A salvare tutto fu il provvido assistente di turno del laboratorio che ne aveva fatta una stampa. Quella era la foto di Pia Bellentani, poco prima che uccidesse a rivoltellate l'industriale e suo amante Carlo sacchi ad una serata di gala a Como.
"Da quella fotografia dipese il mio futuro" di fotografo, naturalmente. "Il settimanale Tempo ne fece la copertina. Il Corriere Lombardo la pubblicò in grande nella prima pagina, giornali di tutto il mondo me la chiesero. Mi fruttò la più alta cifra che fosse stata mai pagata fino ad allora in Italia per un singolo fotogramma. Fece conoscere il mio nome, mi permise di fare investimenti e di allargarmi". Chi l'avrebbe detto che la foto di una signora di cui non gli importava nulla avrebbe fatto la sua fortuna. E il suo nome. "Io non ci volevo andare alla sfilata di Villa d'Este della Biki" racconta Giancolombo. La Biki era la sarta dell'aristocrazia milanese. Come si faceva a dire di no alla Biki. "La sfilata era fatta in contemporanea con Dior, presentava anche lui dei nuovi modelli. Era una serata importante, non potevo dirle di rivolgersi a qualcun altro".
Al centro c'era la passerella, ai lati i tavoli per gli ospiti, e tutt'intorno una splendida sala settencentesca. E naturalmente ovunque tanta bella gente: il barone Rothscild, la principessa d'Alemberg, uno zio di Faruk, che allora era ancora re. E il fior fiore della nobiltà e dell'industria lombarda. La Biki sapeva come si faceva il suo mestiere. "Presi la speedgraphic, tenuta insieme con i cerotti, e cominciai a fotografare le modelle. Andava tutto bene, quando una signora, si avvicinò e mi chiese di fotografare un tavolo". "No signora, che non le faccio la foto - le rispose lui - non sono mica di quelli che vanno di tavolo in tavolo a lasciare bigliettini". Certo, che se ne andò, che gli importava. Anzi a dire il vero era pure un po' offeso. "Ma mica smise quella di insistere".
Era finita la serata, e ci si sentiva bene quando una serata come quella finiva. Era l'una di notte e Giancolombo pensava solo ad andarsene. Quando la signora tornò alla carica: "Insomma me la fa o no questa benedetta fotografia?". E no! Ancora lei!?!. "Che vi devo dire? Alla fine la feci: una lastra per fare uno scatto c'era ancora, e una lampadina per il flash pure". Salì sulla passerella e fece la foto al tavolo dei tre sconosciuti. "Arrivederci" e se ne andò. Passò un'ora e una di quelle signore, quella seduta a destra, fece qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare. Pia Bellentani si alzò, andò al guardaroba e ritirò la pistola calibro nove del marito. Lui se l'era portata perché le precauzioni non sono mai troppe, e il dopoguerra era felice per pochi. I gioielli e gli ermellini delle belle signore al mercato nero valevano una fortuna. "Fu proprio sotto la stola di ermellino che Pia Bellentani nascose la pistola". Quale più elegante nascondiglio per avvicinarsi al bar e ammazzare il proprio amante, quel Carlo Sacchi che l'aveva insultata. Sparò un unico colpo e l'uomo divenne pallido, barcollò, gli caddero gli occhiali. Chi intervenne lo adagiò su un divano. Altri gli si agitarono intorno, ma era tardi. Uno sparo solo ed era morto. Lei poi si puntò la pistola addosso e sparò. Ma c'era un unico proiettile nella calibro 9, ed era già andato a bersaglio.
La Bellentani da ragazza faceva Pia Caroselli ed era moglie del conte Lamberto Bellentani, un modenese conosciutissimo per la produzione di carni insaccate. Carlo Sacchi, il morto, era un uomo che si era fatto tutto da sé vendendo seta. "Nessun fotografo era presente. Nessuno si era accorto di nulla. E nessuno all'infuori di me l'aveva fotografata" ricorda Giancolombo. "Enorme fu lo scalpore, incredibile il numero di pubblicazioni sui giornali che fece la foto in tutti i rotocalchi del mondo". Nel 1971 la fotografia del delitto Bellentani è citata ancora una volta dal settimanale Grazia come una delle otto immagini che hanno fatto epoca, una delle più famose degli archivi di cronaca nera.
"La prima volta che pubblicarono la foto per un errore di trascrizione, o forse per semplificazione, il mio nome venne trasformato da Gian Battista Colombo in Giancolombo". Ed è inutile negare che gli piacque molto. "Lo trovai bello, caratteristico, perché non dirlo, e soprattutto facile da ricordare". Un bel vantaggio per chi fa questo mestiere. Se aveva avuto ancora dei dubbi fino quel momento sul suo futuro di fotografo, "perché ero ancora giovane, e mio padre insisteva con l'ingegneria", adesso non ce n'erano più, quella sarebbe stata la sua strada. Adesso non era più un Gian Battista Colombo qualunque. Anzi adesso aveva pure un soprannome: Giancolombo.
Fino ad allora aveva fotografato per diletto e per snobismo più che per vocazione. Alto, magrissimo, i capelli biondi, era un po' l'enfant gaté dell'aristocrazia e del bel mondo milanese. "Facevo ritratti alle belle signore dell'alta società ed ero ricercato per gli avvenimenti mondani. Mi divertivo moltissimo, girando nei locali notturni. La gente allora aveva voglia di divertirsi, di godere della vita dopo la guerra". Chi non poteva con poco. Chi invece aveva i mezzi li sfruttava e se la spassava. Le foto erano sempre ironiche. Sempre con magnati, re, attori, cantanti, divi della televisione, principi e principesse decaduti e non. "Era un mondo fatuo, che però mi piaceva perché ero stato in guerra, e non era stata questa gran allegria la mia giovinezza, come per tutta la mia generazione". Era il dopoguerra italiano, e lui come gli altri ne fu coinvolto. Raffinato e pieno di spirito Giancolombo era divenuto il fotografo di questo mondo.
L'impresa di Churchill
Nel 1951, Giancolombo è a Venezia, città che conosce come le sue tasche. Questa volta l'obiettivo era di fotografare niente poco di meno che Churchill, il primo ministro inglese che aveva sostenuto le sorti dell'Inghilterra nell'interminabile 2° guerra mondiale. E Churchill ci teneva a fare il bagno nella bella Venezia. Considerava il suo tuffo mattutino al lido un piacere irrinunciabile. Di avvicinarsi a lui neanche a parlarne, la zona era tutta transennata e la polizia non faceva passare nessuno senza controllarlo. Nè da terra, né dal mare, dove le forze dell'ordine si erano attrezzate con tanto di barchette. "Naturalmente i fotoreporter erano tutti banditi. Era lì per il festival di Venezia e tutti sapevano di quell'abitudine. Il luogo era ben conosciuto: accanto alla diga dell'hotel Excelsior. E l'ora era sempre la stessa: le 11 di mattina. Tutti i fotografi che avessero con sè un teleobiettivo sufficientemente potente - molti avevano dei veri e propri cannoni - li avevano piazzati sui tetti degli alberghi vicini" ricorda Giancolombo.
Ma niente da fare: lui risultava sempre minuscolo in ogni inquadratura, sebbene la sua notevole mole. "Studiai attentamente la situazione e decisi di travestirmi da turista inglese". A Giancolombo per i suoi connotati fisici veniva bene. L'aveva già sperimentato che il trucco funzionava: bidonisti e pataccari nelle località turistiche pensavano sempre fosse un turista straniero e cercavano di rifilargli ogni volta fregature. Pantaloni bianchi e camicetta azzurra, una cravatta dal colore impossibile, scarpe gialle e occhiali neri, in testa un cappello alla Jacques Tati. Più anglosassone di così. "La sera prima mi accordai con il bagnino, che stava sempre lì di guardia per dare una mano agli sbronzi che vanno a fare il bagno all'alba. Gli avevo affidato la mia macchina, una primerflex con un teleobiettivo di 165 mm.".
Alle prime luci del giorno così conciato e con la pipa in bocca se ne andò a far finta di ammirare il sole sulla spiaggia. I poliziotti intorno riorganizzavano come ogni mattina la loro rete di protezione contro fotografi, giornalisti e malintenzionati. "Un paio di loro mi si avvicinò, e mi rivolse la parola. Ma io, biascicando con accento che a loro apparve oxfordiano una serie di - I'm sorry, non capire, I don't understand, excuse me - li convinsi della mia origine anglosassone". Il bagnino gli venne in soccorso, tanto si erano già messi d'accordo. "Cossa perdè tempo" disse "El xe un po mato. El passa il tempio a vardar le onde". Fu piuttosto convincente. E i poliziotti decisero di lasciare perdere.
Centro metri di distanza avevano proclamato ordini severi da Roma. Di brutte figure non bisognava farne con un ospite così importante: schieramento di polizia scientifico e i fotografi ben distanti. "Nel momento stesso in cui Sir Winston entrò in acqua, io mi levai gli occhiali e mi tuffai. Così com'ero, vestito di tutto punto". Giancolombo si era organizzato: aveva calcolato esattamente la profondità del fondale in modo da emergere solo delle spalle. Il fedele bagnino gli passò la macchina e lui cominciò a scattare. "Ormai Churchill era a sei- sette metri da me. Sguazzava allegramente, sollevava alti spruzzi, si riempiva la bocca d'acqua che sembrava un ragazzino".
Il primo ministro non ci mise molto a capire cosa stesse succedendo. E cominciò a urlare a perdifiato. "Io in quel momento avevo finito il primo rullo e, sempre immerso fino al collo, con le braccia protese in alto, stavo cambiando pellicola". Era scoperto: poliziotti inglesi e italiani non ci pensarono due volte a buttarsi in acqua ancora in uniforme ed a inseguirlo. Giancolombo non è uno che molla facilmente: mentre si diede alla fuga continuò a scattare. Il problema era dove fuggire. Come in ogni racconto rocambolesco che si rispetti c'è sempre chi ti toglie dai guai. Una barca gli si avvicinò e due braccia provvidenziali lo sollevarono. "Erano il collega Dino Jarach, e il giornalista Franco Schepis, che con un monopattino erano venuti in mio soccorso. Remando di foga mi portarono ad un centinaio di metri più in là lungo la spiaggia ".
Rimaste al largo le barchette delle forze dell'ordine e indietro i poliziotti in acqua, con quelli a terra costretti a fare il giro lungo della strada, il Giancolombo ebbe tutto il tempo di infilarsi in una cabina, spogliarsi di tutto e confondersi con gli altri bagnanti. Infilandosi prima i rullini dentro al costume, naturalmente. "Beffai così la polizia, in piena agitazione, passandole accanto con gran disinvoltura, come niente fosse". Di corsa all'albergo, abiti nuovi, e poi con il rullino via all'aeroporto di San Nicolò prima possibile. Un'ora dopo, con l'aereo per Milano in volo e il rullino al sicuro, il colpo risultava riuscito perfettamente. E poi, come ogni buon criminale, il Giancolombo volle ritornare sulla scena del delitto. Stavolta la polizia, che aveva capito bene cosa fosse successo, ci mise un attimo a fermarlo. Ma ormai era fatta. Winston Churchill, informato degli eventi, fece buon viso a cattivo gioco. "Seguirono tante scuse al primo ministro e la pubblicazione delle fotografie su Life" conclude Giancolombo.
La beffa delle nozze del secolo
Poi vennero le cosiddette nozze del secolo - come le definirono i giornali. "Le nozze blindate a Cannes nel 1952 della Contessa fiorentina Sveva della Gherardesca col Principe russo Nicola Romanoff". Nicola era discendente dello Zar Nicola I e cugino in secondo grado dell'ultimo Zar Nicola II, assassinato durante la rivoluzione del 1918. A Cannes Giancolombo c'era andato col giornalista Luigi Vacchi, che non aveva delle buone notizie per lui: la cerimonia del matrimonio sarebbe avvenuta all'interno della chiesa russa locale e a nessun fotografo sarebbe stato permesso di entrare. Per l'appunto era un classico invito per il Giancolombo a nozze. Era come lanciargli una sfida. Il piano d'azione fu presto pronto e piuttosto audace: si sarebbe travestito fingendosi un papavero dell'alta società.
"Affittai un tight col cilindro nel miglior negozio di Cannes. Mi feci prestare da un teatro una dozzina di finte decorazioni piuttosto appariscenti. E tocco finale, noleggiai un'automobile adeguata: una Hispano Suiza foderata di pelli di Leopardo". Perfetto. Vacchi si prestò al gioco: mise uniforme e cappello da chaffeur, con tanto di guanti bianchi perché i dettagli in alta società fanno sempre la differenza. "Arrivammo davanti alla chiesa un quarto d'ora prima dell'inizio della cerimonia. E Vacchi, perfettamente entrato nella parte, scese, si tolse il cappello, e inchinandosi con gran stile mi aprì la portiera". La polizia non capì nulla, e neanche ci provò. Tutto era studiato nei minimi dettagli per non destare sospetti. "Come potevano pensare che sotto il cilindro avevo una macchina fotografica, una rolleiflex".
Neppure il ciambellano di turno ebbe il minimo dubbio. Giancolombo era esattamente come doveva apparire. Nella sua dignitosa e nobile compostezza fu introdotto in chiesa in mezzo agli altri invitati. I colleghi fotografi lo riconobbero da dietro le transenne e cominciarono a protestare. Non ebbero il tempo di parlare che la polizia intervenne - come racconta un giornale dell'epoca - e ne manganellò pure qualcuno. "Ma la copertura non saltò. Quindi arrivarono gli sposi e le porte furono sbarrate per dare inizio alla cerimonia". Era il momento: via il cilindro e fuori la macchina fotografica. Cominciarono i flash, molti e veloci perché in ogni momento poteva essere buttato fuori e i rullini sequestrati. Ma incredibilmente non successe nulla. "Gli sposi sorrisero, gli addetti alla sicurezza non intervennero, e gli invitati continuarono a seguire la cerimonia come niente fosse".
Era fatta: Giancolombo rimase fino alla fine, fece foto su foto, e poi se ne andò. Non che la cosa non seccò gli altri fotografi assiepati dietro le transenne fuori dalla chiesa. Ma il colpo era troppo audace e divertente perché non venisse apprezzato anche dai colleghi della concorrenza. Che naturalmente trasformarono la sua impresa in notizia del giorno. "Sui giornali diedero più spazio a me di quanto non ne ottenne la cronaca della cerimonia stessa". Con tanto di foto di Giancolombo, sorridente e soddisfatto, in tight di fianco alla limousine.
Le conclusioni
L'Agenzia dopo gli anni '60 subisce una trasformazione e diventa soprattutto archivio storico. "Tanti fotografi miei collaboratori se ne erano ormai andati a cercare la loro strada personale. Molti giornali avevano a quel punto propri fotoreporter assunti. E la televisione era diventata una temibile concorrente per l'editoria. Infine i costi di gestione erano diventati troppo alti" spiega Giancolombo. Non è l'unico che deve fare i conti col cambiato clima editoriale, economico e sociale. Solo le grandi agenzie internazionali riescono a tenere il passo. Molti giornali, l'americano e mitico Life fra tutti, sono costretti a chiudere per mancanza di lettori e di inserzionisti. E poi non c'è solo questo: Giancolombo ha anche ormai una famiglia a cui deve dedicarsi e riservare tempo. Ma non per questo smette di scattare immagini. Continua a realizzare quei reportage che lo hanno fatto paragonare ai fotografi della Magnum. E, adeguandosi ai tempi, realizza servizi di moda e pubblicità. Non rinuncia neppure ad allevare fotografi: mette su una scuola che rimarrà aperta fino all'80.
Interviene nel mondo della fotografia anche a livello istituzionale. Nel 1964 fonda assieme a colleghi ed amici la prima Associazione di Fotoreporters – la F.I.A., di cui viene eletto presidente. Continua a detenere la carica per i successivi dieci anni. Darà le dimissioni in occasione dell’iscrizione ad honorem nell’Ordine dei Giornalisti, nel 1974. Partecipa anche alla fondazione prima dell’A.F.I.P. - Associazione Fotografi Italiani Professionisti, e poi dell’A.I.R.F. – Associazione Italiana Reporters Fotografici. Nel 1990 viene chiamato per esporre, in una mostra collettiva al Senato a Roma, ritratti del mondo del giornalismo e dell’editoria della 1° repubblica. Oggi Giancolombo ha 82 anni. "Ho smesso di fotografare solo dopo un incidente in macchina un paio d'anni fa" racconta. Di certo non ha smesso di avere tutta quella carica ed energia che lo hanno reso celebre. Ne è uscito dalla storia del foto-giornalismo italiano, che tanto gli deve.
Bibliografia: Le vostre novelle - Settimanale illustrato - 2 luglio 1960; Oggi - Settimanale di politica attualità e cultura - 31 dicembre 1959; Corriere d'Informazione - 24/25 maggio 1962; Il Giornale - quotidiano - 14 novembre 1982